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Ago 10
Rischio sismico in azienda: perché va nel DVR

Terremoti e continuità della impresa

Quando si discute di sicurezza sul lavoro, l’immaginario collettivo corre quasi automaticamente ai dispositivi di protezione individuale, alle procedure operative, alla prevenzione degli infortuni sul campo. Esiste tuttavia una dimensione della sicurezza che raramente trova spazio nel dibattito pubblico, pur essendo normativamente sancita da quasi vent’anni, quella della tenuta strutturale degli edifici che ogni giorno ospitano lavoratori, macchinari e processi produttivi. Il D.Lgs. 81/2008 impone al datore di lavoro di valutare tutti i rischi presenti negli ambienti di lavoro, incluso quello sismico, da inserire a pieno titolo nel Documento di Valutazione dei Rischi. Non si tratta di un adempimento formale, ma di una valutazione che intreccia tutela delle persone e continuità operativa dell’impresa nello scenario, tutt’altro che remoto in Italia, di un evento tellurico.
Il rischio sismico che grava su un edificio produttivo si compone di tre variabili che agiscono in combinazione tra loro. La prima è la probabilità che un sisma si verifichi effettivamente nell’area in cui sorge lo stabile, un dato che dipende dalla classificazione sismica del territorio. La seconda è l’esposizione, ovvero il numero di persone e il valore dei beni presenti nella struttura al momento dell’evento. La terza, spesso la più sottovalutata nelle valutazioni aziendali, è la vulnerabilità della struttura stessa, intesa come la capacità dell’edificio di assorbire le sollecitazioni sismiche senza subire danni tali da comprometterne la stabilità. È su quest’ultimo fattore che si concentra il lavoro tecnico di verifica, ed è qui che si gioca buona parte della differenza tra un edificio che regge e uno che collassa.
Per gli edifici progettati e realizzati prima dell’introduzione delle moderne normative tecniche, la verifica di vulnerabilità sismica diventa un passaggio pressoché obbligato. L’analisi, condotta da professionisti qualificati secondo le Norme Tecniche per le Costruzioni (NTC 2018), mette a confronto la domanda sismica prevista per il sito con la reale capacità resistente della struttura esistente. Il percorso tecnico parte da una ricognizione documentale che considera l’anno di costruzione, la tipologia strutturale, eventuali ampliamenti o modifiche intervenuti nel tempo, la geometria degli elementi portanti e lo stato di conservazione dei materiali impiegati. Questa fase conoscitiva viene solitamente integrata da rilievi e indagini condotte direttamente in sito, propedeutiche alla costruzione di un modello numerico dell’edificio attraverso software di calcolo strutturale. Il modello consente di simulare il comportamento della costruzione sia sotto l’azione dei carichi ordinari sia sotto quella del sisma, restituendo un quadro affidabile delle criticità presenti.
I risultati dell’analisi vengono tradotti in indicatori sintetici capaci di quantificare le prestazioni della struttura in termini immediatamente confrontabili. L’indice IS-V esprime il rapporto tra la capacità resistente dell’edificio e la domanda sismica richiesta dalla normativa vigente, e quanto più elevato è il valore tanto migliore risulta la risposta della struttura al terremoto. Accanto a questo indicatore tecnico si affianca la PAM, Perdita Annuale Media, un parametro di natura economica che stima il danno atteso su base annua, espresso come percentuale del costo di ricostruzione dell’edificio. La combinazione di questi due indicatori permette non solo di classificare lo stabile secondo le classi di rischio sismico previste dalla normativa, ma anche di individuare in maniera mirata gli interventi necessari a incrementarne la sicurezza.
L’esperienza applicativa mostra come le metodologie di intervento debbano essere calibrate sulla tipologia strutturale esistente e sull’accessibilità dei luoghi, senza soluzioni standardizzate. In un capannone prefabbricato monopiano caratterizzato da pilastri in calcestruzzo armato e copertura con travi prefabbricate, la criticità principale individuata è stata l’assenza di un collegamento efficace tra la copertura e la struttura portante, un difetto tipico di molte realizzazioni prefabbricate degli anni passati e tra le cause più ricorrenti di collasso in occasione di eventi sismici. L’installazione di piastre metalliche di connessione, unita al rinforzo di alcuni pilastri mediante incremento della sezione in calcestruzzo, ha consentito di innalzare la classificazione sismica dell’edificio di una classe.
Un secondo intervento, condotto su un’altra struttura prefabbricata, ha previsto il consolidamento dei collegamenti esistenti e il rinforzo delle travi, con un risultato particolarmente significativo, un salto di ben tre classi di rischio sismico, a testimonianza di come interventi mirati sui nodi strutturali possano generare miglioramenti prestazionali di rilievo anche con opere relativamente circoscritte.
Diverso l’approccio adottato per un edificio industriale in calcestruzzo armato, dove l’impossibilità di operare all’interno dei locali produttivi, per ragioni di continuità del ciclo produttivo, ha reso necessaria la realizzazione di un nuovo telaio in carpenteria metallica esterno alla struttura esistente. Questa soluzione ha permesso di alleggerire le sollecitazioni gravanti sugli elementi originari e di migliorare il comportamento globale dell’edificio in caso di sisma, ottenendo anche in questo caso un avanzamento di classe di rischio, senza interrompere le attività produttive interne.
Un quarto esempio riguarda un edificio monopiano adibito a laboratori e servizi, con struttura portante tradizionale a telaio in travi, pilastri e solai gettati in opera. In questo caso il miglioramento sismico è stato ottenuto mediante il rinforzo degli elementi in calcestruzzo armato con sistemi FRP, tecnologia che consente di incrementare la capacità resistente degli elementi strutturali con interventi meno invasivi rispetto alle tecniche tradizionali. Anche qui il risultato si è tradotto in un avanzamento di una classe di rischio.
La verifica della vulnerabilità sismica non dovrebbe essere letta esclusivamente attraverso la lente dell’obbligo normativo. Conoscere il comportamento reale della propria struttura consente al datore di lavoro di programmare interventi mirati, proteggere i lavoratori, salvaguardare il patrimonio aziendale e garantire la continuità delle attività produttive anche nello scenario più critico. Per l’impresa questo significa innanzitutto includere in modo esplicito il rischio sismico nel DVR, affidare le verifiche a tecnici qualificati e competenti in materia strutturale, programmare per tempo gli interventi individuati come necessari e monitorare nel tempo lo stato di conservazione delle strutture, anche in assenza di eventi sismici significativi. A questi elementi si aggiunge un ulteriore incentivo concreto, rappresentato dalla possibilità di accedere a strumenti fiscali e di sostegno economico dedicati agli interventi di miglioramento e adeguamento sismico, che possono ridurre sensibilmente l’onere finanziario delle opere.
In un Paese a diffusa pericolosità sismica come l’Italia, investire nella sicurezza strutturale degli edifici produttivi non equivale soltanto a rispettare una norma. Significa tutelare le persone, proteggere le attività economiche e garantire un futuro solido alle imprese, partendo da un presupposto tanto semplice quanto spesso trascurato, la sicurezza sul lavoro comincia dalle fondamenta.

Ing. Vito Cafaro
Esperto in Ingegneria Strutturale