L’intensificarsi degli incendi di vegetazione stanno trasformando un fenomeno ambientale in un rischio operativo concreto per le imprese che possiedono o gestiscono asset esposti a vegetazione combustibile. Capannoni industriali a ridosso di aree boscate, strutture turistiche immerse nel verde, infrastrutture logistiche in zone periurbane, aziende agricole in territori attraversati da stoppie e residui colturali. Il fuoco, quest’anno, non ha aspettato l’estate per divorare ettari già dai primi mesi dell’anno e scrivendo la sua triste storia di cenere. Tra il 1° gennaio e l’8 luglio EFFIS ha registrato 112 incendi in Italia, il 26 per cento in più della media 2006-2025, e Legambiente aggiorna la fotografia al 15 luglio con 547 incendi e 13.640 ettari bruciati nel solo Mezzogiorno, mentre i Vigili del Fuoco hanno svolto 21.442 interventi per incendi boschivi tra il 15 giugno e il 15 luglio, più di quanti se ne fossero registrati nello stesso periodo del 2024. Numeri che, per chi gestisce un’impresa, contano meno rispetto al chiedersi se il proprio piano di prevenzione, di continuità operativa e di copertura assicurativa è adeguato a un rischio che arriva prima e colpisce più duramente ogni anno?
In Basilicata i più recenti dati segnano finora 57 ettari e 8 incendi di rilievo da inizio anno, tutti episodi che hanno confermato la vulnerabilità di territori nei quali aree naturali, infrastrutture e attività turistiche convivono a stretto contatto. Ricordiamo che il 2025 ha rappresentato un anno particolarmente significativo, con 4.612 ettari bruciati contro i 1.962 del 2024 e 63 incendi rispetto ai 47 dell’anno precedente. Ritornando ad oggi, in queste ultime settimane si è evidenziata meglio l’esposizione reale del suolo lucano. Tra gli episodi più critici, il 15 luglio un rogo doloso ha impegnato per nove ore i Vigili del Fuoco sul Monte San Biagio a Maratea, danneggiando impianti elettrici e imponendo la chiusura di sentieri e attrazioni turistiche fino al Cristo Redentore; il 18 luglio un altro incendio ha colpito Pomarico, il 21 Avigliano.
In Puglia, dove Coldiretti segnala 1.041 ettari bruciati tra il 1° giugno e il 17 luglio, l’episodio più grave è arrivato tra il 21-23 luglio vicino al Pulo di Altamura, dove sono bruciati quasi 1.300 ettari, con un secondo focolaio a Bari a ridosso dell’ospedale Di Venere. Tra il 25 e 26 luglio a Gallipoli le fiamme tra le pinete di Padula Bianca e Rivabella hanno costretto all’evacuazione delle spiagge. In Molise un incendio ha raggiunto la linea ferroviaria adriatica, sospendendo il traffico tra Pescara e Foggia e facendo evacuare strutture turistiche costiere. Tutte queste, insomma, sono la prova più diretta di come il rischio ambientale si traduca in interruzione di attività commerciali, turistiche e logistiche.
Nelle aree rurali di Basilicata e Puglia il rischio non nasce solo dal bosco: può originare o propagarsi attraverso stoppie, paglie e residui vegetali agricoli e forestali, soprattutto nel periodo di massima pericolosità dichiarato dalle Regioni per il 2026. La Puglia ha imposto per l’estate il divieto di abbruciamento in numerosi comuni del Barese, con sanzioni comprese tra 1.000 e 5.000 euro per chi brucia fuori dai casi consentiti o nelle giornate di vento e caldo estremo, e obbliga i proprietari di terreni incolti a realizzare, entro il 31 maggio, fasce protettive di almeno quindici metri lungo il perimetro del fondo. La bruciatura controllata delle stoppie cerealicole resta possibile solo previa comunicazione al sindaco e alla Regione, con almeno due giorni di anticipo. Per un’azienda agricola, agrituristica o logistica con terreni o depositi in queste aree, verificare il rispetto di questi obblighi non è un adempimento burocratico ma una delle poche variabili di prevenzione realmente nelle proprie mani.
Un incendio di vegetazione diventa, quindi, un rischio aziendale quando può compromettere la continuità dell’attività. Il danno diretto a fabbricati e impianti è soltanto una delle possibili conseguenze. Spesso l’impatto più significativo riguarda l’interruzione temporanea della produzione, l’impossibilità di raggiungere il sito, la sospensione delle attività o la necessità di riorganizzare rapidamente la gestione operativa. La crisi climatica agisce da moltiplicatore e non è la causa unica. Dietro ogni innesco ci sono anche l’abbandono delle aree rurali, che accumula biomassa combustibile, come pure la crescita disordinata delle zone di interfaccia, dove capannoni industriali, strutture turistiche stagionali e infrastrutture logistiche periurbane confinano ormai direttamente con aree boscate o con i residui colturali.
Sul fronte della prevenzione pubblica il quadro non aiuta le imprese in quanto solo il 21 per cento della superficie boscata italiana è oggi sottoposto a pianificazione forestale, e l’obbligo per i comuni di dotarsi di un catasto delle aree percorse dal fuoco, previsto dalla legge 353/2000, resta in larga parte disatteso. Per chi deve valutare l’esposizione del proprio insediamento, questo significa verificare la mappatura del rischio direttamente presso l’Amministrazione comunale, senza poter contare su uno strumento aggiornato e uniforme su tutto il territorio.
Una ulteriore domanda che l’imprenditore dovrebbe porsi è se esista un piano di emergenza specifico per l’insediamento, che consideri il rischio di incendio di interfaccia oltre a quelli industriali interni, ed è raccordato con la pianificazione comunale di protezione civile. In pratica, le raccomandazioni ministeriali per il 2026 chiedono alle Amministrazioni regionali di aggiornare con i sindaci i piani comunali, con attenzione alle procedure di allertamento e alla mappatura del rischio, e sollecitano piani specifici per insediamenti e impianti turistici anche temporanei vicino ad aree boscate o a terreni agricoli suscettibili di innesco. Per un’azienda il primo passo è organizzativo e dovrebbe consistere nel verificare se il proprio insediamento rientra in una zona mappata a rischio, se il piano comunale esiste, è aggiornato e comunicato a chi lavora in sito. Infine, se sono rispettate le fasce di protezione previste dalla normativa regionale sugli abbruciamenti.
Tradotto in termini economici, ogni ettaro bruciato costa, secondo Coldiretti, oltre 10mila euro solo tra spegnimento, bonifica e ripristino. Una cifra che però esclude i danni indiretti a turismo, filiere agricole e continuità di attività economiche del territorio. Il passo successivo, per un’impresa, riguarda proprio la continuità operativa, e si interseca con l’assicurazione obbligatoria contro i rischi catastrofali. Le polizze, in pratica, coprono i danni a terreni, fabbricati, impianti e macchinari da calamità naturali, tenendo però conto che garanzie ed esclusioni variano da contratto a contratto, e un’azienda in regola dovrebbe verificare se l’incendio boschivo o di interfaccia rientra davvero tra gli eventi coperti, a quali condizioni e con quali franchigie, soprattutto per gli asset agricoli e turistici più esposti nelle aree rurali di Basilicata e Puglia. L’ANIA (Associazione Nazionale fra le Imprese Assicuratrici) evidenzia che solo il 15 per cento delle imprese italiane coperto da un’assicurazione contro le calamità naturali e ciò conferma che la distanza tra obbligo formale e protezione reale resta ampia. A questo si aggiunga, poi, un fattore di prevenzione più che di bilancio perché, sempre secondo Coldiretti, circa sei incendi su dieci hanno origine dolosa, a dimostrazione che vigilanza sul territorio e collaborazione con le autorità locali contano quanto le misure strutturali.
La combinazione di stagione anticipata, deficit di pianificazione forestale e bassa copertura assicurativa impone a chi gestisce un’impresa una responsabilità che non si esaurisce nell’adempimento minimo. Fino al 5 settembre, finestra di massima allerta della protezione civile, resta il momento per verificare innanzitutto se il piano di emergenza dell’insediamento tiene conto del rischio di interfaccia e non solo di quello industriale interno; inoltre, se questo è raccordato con la pianificazione comunale e se, da ultimo, la polizza in essere copre davvero l’incendio boschivo e di vegetazione alle condizioni reali in cui l’azienda opera.
A ben vedere, sono le poche variabili su cui un’impresa può ancora intervenire prima che l’evento si verifichi.
Enzo Fontanarosa
Direttore iNews

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