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Mag 22
Sicurezza in piscina, la prevenzione che salva la stagione

Sicurezza in piscina, la prevenzione che salva la stagione

Le piscine, nella stagione calda, hanno una loro grammatica del piacere. È proprio nell’abbandono alla leggerezza, in questa sospensione del senso del pericolo che l’acqua naturalmente produce, che si nasconde una minaccia silenziosa. Invisibile, letteralmente. Sta sul fondo delle vasche, lungo le pareti, in quei fori circolari attraverso cui l’impianto respira e filtra e ricicla migliaia di litri ogni ora. I bocchettoni di aspirazione. Nessuno li nota. Nessuno ci pensa. Ma ci sono tragedie che sembrano impossibili fino a quando accadono. Poi si scopre che erano state già annunciate, previste, perfino documentate con precisione scientifica. La morte di un bagnante risucchiato dal bocchettone di una piscina appartiene a questa categoria. Non è un incidente imprevedibile, il caso non c’entra. È il risultato di una catena di fattori riconoscibili: un impianto mal progettato, una griglia assente o rotta, una protezione non rimessa dopo la pulizia della sera prima, un sistema di aspirazione troppo potente per uno spazio angusto, la mancanza di personale formato e presente.
Il meccanismo è sempre lo stesso. Ogni piscina di uso collettivo, dagli hotel ai centri termali agli stabilimenti balneari, è dotata di un sistema di filtrazione che aspira l’acqua dalla vasca, la purifica e la reimmette in circolo. Per funzionare, le pompe devono generare una differenza di pressione significativa, e qui sta il problema. Per un sistema di aspirazione singolo le forze in gioco sono paragonabili al peso di un corpo di 150-250 chilogrammi. Quando il bocchettone viene ostruito da un corpo umano, si crea una situazione analoga al vuoto da cui è impossibile liberarsi senza spegnere l’impianto. Se la presa di fondo rimane l’unico punto attivo per guasto o ostruzione degli altri dispositivi, la forza concentrata su quel solo punto diventa ancora più letale e in pochi secondi immobilizza chiunque sul fondo, un bambino come un adulto, e spesso nemmeno chi si tuffa per salvarlo riesce a vincerla. Non è un rischio teorico. È una dinamica documentata, ricorrente, e per questo tanto più difficile da giustificare.
La casistica italiana comprende vittime di ogni età, anche se i bambini pagano il prezzo più alto per ragioni legate al peso corporeo. In un decennio i minori hanno rappresentato in media il 39% del totale delle vittime per annegamento in piscina, con una quota che sale al 46% nelle strutture domestiche. Nelle piscine italiane, pubbliche e private, ogni anno annegano tra le 30 e le 40 persone. Il fenomeno non risparmia gli adulti e non si esaurisce nei decessi. Gli incidenti legati ai sistemi di aspirazione possono riguardare l’intrappolamento del corpo intero, dei singoli arti, dei capelli o l’intrappolamento meccanico di dita e indumenti. Nei casi peggiori possono verificarsi danni agli organi interni o addirittura l’eviscerazione, quando la pressione agisce direttamente sulle cavità corporee esposte, con esiti chirurgici devastanti. I capelli lunghi costituiscono uno dei vettori di rischio più sottovalutati: in due episodi distinti avvenuti nel 2019 e nel 2023 in strutture della costa toscana e della riviera adriatica, chi tentò di liberare la vittima fu costretto a strappare i capelli insieme al cuoio capelluto nel disperato tentativo di riportarla in superficie. Nel primo caso la ragazza non sopravvisse; nel secondo la tempestiva interruzione dell’impianto evitò il peggio, ma non i gravi danni da anossia.
In Europa la sicurezza delle piscine pubbliche è regolata dalle norme UNI EN 13451-1 e UNI EN 13451-3. In Italia, per ogni piscina a uso pubblico si deve produrre la certificazione di conformità al D.M. 37/08, che recepisce le direttive europee. Le specifiche tecniche prescrivono una velocità del flusso sulla griglia non superiore a 0,5 m/s, fori di dimensione massima di 8 mm e distanza minima di 200 cm tra due dispositivi di aspirazione. Il nodo è che queste prescrizioni restano sulla carta, perché la loro applicazione è volontaria e i controlli sistematici non esistono. Gli stessi tecnici ASL si limitano spesso alla verifica della qualità delle acque, senza estendere gli accertamenti ai bocchettoni.
Le ragioni di questa impasse hanno radici strutturali. L’Accordo Stato-Regioni del 2003 ha definito principi generali valevoli su tutto il territorio nazionale, rinviando però alla normativa regionale gran parte delle definizioni strutturali e gestionali, e non avendo forza di legge, non consente di sanzionare i comportamenti illeciti sulla sua sola base. Ne è derivato un sistema a geometria variabile: non tutte le regioni hanno recepito o regolamentato allo stesso modo le indicazioni degli accordi, con una disciplina che sul territorio si mostra disomogenea, a volte assente, a volte priva di un sistema sanzionatorio. Una piscina in Lombardia risponde a criteri diversi da una piscina in Sicilia, e questa disparità produce una distribuzione casuale del rischio per i bagnanti. Il confronto con la Francia resta impietoso: Parigi ha introdotto una legge nazionale nel 2004 e ha ridotto del 75% gli incidenti. L’Italia ha impiegato vent’anni in più per avvicinarsi a uno strumento analogo, e non è ancora arrivata in fondo.
Sul piano tecnico la prevenzione passa dalla moltiplicazione dei punti di aspirazione, da griglie certificate e sottoposte a verifiche periodiche documentate, e dalla diffusione di dispositivi capaci di interrompere automaticamente il flusso in caso di ostruzione, tecnologie già disponibili ma non ancora obbligatorie per legge. Il fattore umano rimane però decisivo: un bagnino formato e presente cambia l’esito di qualsiasi incidente, ma non può sorvegliare efficacemente più vasche in contemporanea.
Sul piano delle responsabilità, la giurisprudenza è consolidata. Il gestore è titolare di una posizione di garanzia verso i bagnanti che non può delegare né trasferire ad altri soggetti; lo stesso vale per il bagnino, chiamato a rispondere penalmente ai sensi dell’articolo 40 comma 2 del codice penale per gli eventi lesivi che avrebbe potuto prevenire, e per chi ha costruito o eseguito la manutenzione dell’impianto. Il Tribunale di Lucca, nel dicembre 2024, ha condannato per omicidio colposo aggravato dalla violazione del testo unico sulla sicurezza sul lavoro i titolari dello stabilimento, il costruttore della piscina con quattro anni di reclusione e il bagnino senior, segnalando che il rischio legale per l’intera filiera, dalla progettazione alla manutenzione quotidiana, è concreto e crescente. Sul piano civile i familiari delle vittime possono agire parallelamente per il risarcimento del danno, che i tribunali hanno riconosciuto in misura consistente in numerosi casi analoghi.
Il 30 luglio 2025 il Consiglio dei Ministri ha approvato un disegno di legge quadro che introduce una classificazione delle strutture, requisiti impiantistici e gestionali definiti, maggiori controlli e sanzioni più severe. Il testo è stato assegnato alla Commissione competente della Camera nell’ottobre 2025 ma non è ancora legge.
È in questo spazio, tra le norme scritte e quelle mai davvero applicate, tra un disegno di legge in attesa di conversione e le vasche che continuano a funzionare senza controlli sistematici, che si continuano a consumare le tragedie. In Italia si contano circa un milione di piscine e cinque milioni di frequentatori di impianti natatori o parchi acquatici. Le griglie continuano a usurarsi, i bocchettoni a girare, e chi entra in vasca, bambino o adulto, nuotatore esperto o turista in vacanza, non ha modo di sapere se dietro quella struttura sul fondo si nasconde un impianto a norma o una trappola inattesa.

Enzo Fontanarosa
Direttore iNews