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Nov 04
stress e posture fisse

Tra stress e posture fisse da attività la sicurezza nascosta nelle pause

Un collo rigido dopo ore davanti a un monitor. La testa che fatica a restare concentrata a fine turno. La sensazione di essere sempre di corsa, senza una pausa vera.
Sono segnali quotidiani, quasi banali. Eppure, sul lavoro, possono raccontare qualcosa di più: il modo in cui sono organizzati tempi, carichi e attività.
La sicurezza non è soltanto una questione di macchine, dispositivi e procedure. Da anni la prevenzione considera anche i rischi legati all’organizzazione del lavoro, compreso lo stress lavoro-correlato, previsto dall’articolo 28 del D.Lgs. 81/2008.
Il punto non è stabilire se una persona sia più o meno “resistente” allo stress. È guardare alla relazione tra quella persona, il compito che svolge e il contesto in cui lo svolge.
Turni, ritmi serrati, interruzioni continue, poche pause, sovraccarico di informazioni o scarsa autonomia possono aumentare la fatica. E quando la fatica cresce, possono diminuire attenzione e capacità di risposta. Non significa che lo stress provochi automaticamente un incidente: significa che, in alcune attività, può ridurre quei margini di sicurezza sui quali si fa affidamento ogni giorno.
Lo stesso vale per l’ergonomia.
Stare seduti per ore, mantenere una postura statica o ripetere lo stesso movimento centinaia di volte non è soltanto un problema di “stare seduti bene”. È anche una questione di organizzazione: quanto tempo passa prima di poter cambiare posizione? Ci sono pause sufficienti? Il lavoro permette davvero di recuperare?
È qui che mente e corpo si incontrano.
Anche il corpo può diventare un campanello d’allarme. Ma un mal di schiena, una tensione muscolare o una respirazione più superficiale non sono, da soli, una diagnosi di stress lavoro-correlato. Sono segnali che meritano attenzione, non etichette da applicare al lavoratore.
Anche la respirazione può essere utile, per esempio come tecnica di autoregolazione o all’interno di programmi di promozione della salute. Ma non può diventare il modo per chiedere al lavoratore di adattarsi a un’organizzazione del lavoro che non funziona.
Prima vengono le condizioni di lavoro: carichi, turni, pause, spazi, strumenti, ruoli e modalità organizzative. Poi, eventualmente, gli interventi individuali.
Un episodio avvenuto nel porto di Genova nel dicembre 2024 ha riportato drammaticamente il tema della fatica nella cronaca. Un portuale alla guida di una ralla travolse un collega, Gianni Battista Macciò, provocandone la morte e ferendo un altro lavoratore. Il conducente riferì, attraverso il proprio legale, di essere stanco e di aver avuto un “colpo di sonno”. La dinamica e le eventuali responsabilità erano però ancora oggetto di accertamento.
Il punto, quindi, non è dire che quell’incidente sia stato “causato dallo stress”. Sarebbe una conclusione che i dati disponibili non consentono di trarre.
Il punto è un altro: in attività dove vigilanza e attenzione sono decisive, la fatica, i turni, la durata del lavoro e le pause sono variabili di sicurezza da non trascurare.
Nel frattempo il lavoro sta cambiando. Il digitale porta nuove opportunità, ma anche iperconnessione, sovrapposizione tra lavoro e vita privata, nuove modalità di collaborazione e nuove competenze da gestire. Anche la metodologia INAIL sullo stress lavoro-correlato si sta aggiornando per tenere conto di questi cambiamenti.
Alla fine, parlare di salute mentale sul lavoro significa forse partire da una domanda semplice: come stiamo lavorando?
Perché prima di chiedere alle persone di gestire meglio la propria fatica, vale la pena guardare a ciò che quella fatica sta cercando di dirci sull’organizzazione, ponendo particolare attenzione alla sensibilizzazione e alla promozione del benessere psicologico.

Dott.ssa Lisa Plasmati
Responsabile Area Formazione di INGEST

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