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Ago 10

Fino a 12 miliardi l’anno: è questo il conto salato che il caldo estrema presenta alle imprese

Fino a 12 miliardi di euro l’anno. È la stima più alta calcolata da Confesercenti, in un approfondimento del proprio ufficio economico diffuso il 18 luglio 2026, per il conto che il caldo intenso presenta ogni anno all’economia italiana, tra bollette più pesanti, cantieri rallentati e scaffali che restano pieni nelle ore più calde della giornata. La forchetta indicata dall’associazione va da 6 a 12 miliardi di euro, pari a circa lo 0,2-0,4% del prodotto interno lordo. La cifra emerge sommando quattro voci distinte, con margini di stima ampi ma con una direzione chiara. Gli investimenti ormai obbligati in climatizzazione più efficiente, fotovoltaico, schermature e riqualificazione energetica degli immobili pesano tra 2 e 4 miliardi. I maggiori costi energetici legati al raffrescamento prolungato valgono tra 2 e 3 miliardi. Il calo di produttività nelle giornate di caldo intenso è stimato tra 1,5 e 3 miliardi. Il fatturato perso nei settori più esposti, dall’edilizia al commercio ambulante, si aggira tra 1 e 2 miliardi.
La dimensione del fenomeno emerge anche a livello europeo. Un working paper della Banca centrale europea realizzato con l’Università di Mannheim ha stimato che l’estate 2025 sia costata all’economia dell’area euro circa lo 0,3% della produzione, un dato che potrebbe salire fino allo 0,8% entro il 2029 sommando perdita di produttività, interruzioni delle filiere e minori entrate turistiche. Lo studio incrocia dati economici regionali e osservazioni climatiche su 1.117 regioni europee nel periodo 2002-2022. Allianz Trade collega a questi numeri una proiezione più severa per l’Italia, con perdite di PIL che potrebbero arrivare fino a 147 miliardi di dollari entro il 2030 su un totale di circa 640 miliardi di dollari per le quattro maggiori economie europee, un’ipotesi legata all’aumento della frequenza delle ondate di calore in assenza di misure di adattamento strutturali.
Il lavoro fisico e i settori più esposti
La parte più documentata del fenomeno riguarda i lavori svolti all’aperto o con sforzo fisico prolungato. L’Organizzazione internazionale del lavoro, nel rapporto Working on a warmer planet, ha stimato che entro il 2030 il 2,2% delle ore lavorative mondiali andrà perso per stress da calore, un equivalente di 80 milioni di posti di lavoro a tempo pieno e circa 2.400 miliardi di dollari di perdite economiche annue su scala globale. L’agricoltura assorbirebbe il 60% delle ore perse, l’edilizia il 19%. Confesercenti individua comparti analoghi tra i più esposti in Italia, insieme a logistica, manutenzioni, commercio ambulante e turismo all’aperto, segnalando che sopra i 35 gradi stabili crescono errori e assenze per malattia mentre diminuisce la capacità di sostenere sforzi fisici prolungati.
A dare la misura concreta di questo rischio, e non solo la sua proiezione statistica, è un caso che la Procura di Brescia sta trattando in questi giorni. A Trenzano un carpentiere di 40 anni è morto per un malore mentre lavorava sul tetto di una casa in ristrutturazione, e l’inchiesta aperta per omicidio colposo ha portato all’iscrizione di tre persone nel registro degli indagati. L’ipotesi al centro dell’indagine è che l’attività proseguisse in violazione dell’ordinanza anti-caldo della Regione Lombardia, che vieta i lavori all’aperto nelle ore centrali della giornata quando il rischio termico è classificato come alto. Se l’ipotesi reggerà l’istruttoria, il caso potrebbe costituire un precedente rilevante in Lombardia, il primo a misurare la distanza tra un’ordinanza regionale disattesa e una responsabilità penale accertata per la morte di un lavoratore. Nel 2026 il quadro normativo a cui il caso si aggancia si è esteso a sedici Regioni, da Lombardia e Piemonte fino a Basilicata e Marche, quasi tutte con la stessa fascia di sospensione tra le 12.30 e le 16 per edilizia, agricoltura, cave e florovivaismo.
Uffici, lavoro cognitivo e produttività invisibile
Meno misurato, ma altrettanto concreto, è l’effetto del caldo sul lavoro d’ufficio e sulle mansioni impiegatizie. Quando l’organismo deve impiegare energie per mantenere stabile la temperatura corporea, calano attenzione, rapidità decisionale e precisione operativa, un effetto che raramente compare come voce autonoma in un bilancio ma che si accumula in errori, rallentamenti e straordinari non programmati. Allianz Research stima che oltre i 30 gradi ogni grado aggiuntivo possa ridurre la produttività oraria di circa il 3%, un dato riferito al complesso delle attività lavorative e non solo a quelle fisiche. Per le imprese di servizi, che in Italia costituiscono una parte consistente del tessuto delle PMI, questo si traduce in tempi più lunghi, revisioni aggiuntive e una minore capacità di risposta proprio nei periodi di massimo carico commerciale, spesso l’estate stessa per settori come turismo e commercio.
La bolletta energetica e la tenuta della rete
Il fabbisogno di raffrescamento è la voce più immediata da quantificare. ISPRA ha certificato che il 2024 è stato l’anno più caldo della serie storica nazionale, con una temperatura media superiore di 1,33 gradi rispetto al periodo di riferimento 1991-2020, e l’undicesimo anno consecutivo sopra la norma. Allianz Research stima che oltre i 30 gradi la domanda di energia elettrica cresca dell’1-1,2% per ogni grado aggiuntivo, un incremento che si concentra proprio nelle ore e nei giorni di maggiore stress della rete. L’Istituto per la competitività segnala che il sistema elettrico italiano, ancora dipendente da fonti termoelettriche programmabili per una quota rilevante del mix, si è già trovato vicino ai propri limiti operativi durante alcune recenti ondate di calore, con episodi di blackout in condizioni di massimo carico. Per le imprese con processi produttivi continui o con esigenze di conservazione a temperatura controllata, questo comporta un rischio doppio, quello del costo in bolletta e quello dell’affidabilità della fornitura.
Cosa cambia per le piccole e medie imprese
Le quattro voci di costo individuate da Confesercenti, investimenti, energia, produttività, fatturato, non pesano allo stesso modo su tutte le imprese. Una PMI dispone di margini più stretti e di minore capacità di assorbire un doppio incremento di costo, energetico e di produttività, concentrato nello stesso periodo dell’anno. Dispone inoltre di meno risorse per anticipare l’investimento in climatizzazione efficiente o in schermature solari, che Confesercenti individua come la voce di costo più pesante in assoluto tra quelle rilevate. Il risultato è che il caldo estremo agisce come un moltiplicatore delle disuguaglianze già esistenti tra imprese strutturate e imprese di piccola dimensione, un effetto che l’associazione definisce esplicitamente una tassa climatica strutturale e non più un evento episodico da gestire con soluzioni tampone.
Basilicata e Puglia, l’esposizione già misurabile
Il quadro nazionale trova un riscontro concreto, e già quantificato, nell’agricoltura di Puglia e Basilicata. Coldiretti segnala che nel Foggiano la produzione di pomodoro, in piena raccolta, sconta un calo del 10% per ettaro legato al caldo record, mentre nel Tarantino e nel Brindisino la carenza idrica unita a temperature che toccano i 33 gradi già al mattino sta producendo perdite fino al 60% sulle angurie. In Basilicata, nell’entroterra del Potentino, temperature superiori ai 38-40 gradi riducono l’assunzione di alimento di bovini e suini, con ricadute sulle produzioni zootecniche. Sono cifre che si inseriscono in un comparto già fragile. La Banca d’Italia, nel rapporto sull’economia della Puglia presentato il 10 giugno 2026, segnala che il valore aggiunto agricolo regionale è in flessione per effetto della crisi idrica, quindi il caldo si somma a una debolezza strutturale già in corso, non a un settore in salute.
L’edilizia offre un caso diverso. Lo stesso rapporto della Banca d’Italia registra in Puglia una crescita del valore aggiunto delle costruzioni del 3,4% nel 2025, sostenuta dalla spesa del PNRR sulle opere pubbliche. È un comparto compreso tra quelli soggetti alle ordinanze regionali anti-caldo, che dispongono la sospensione dei cantieri nelle ore centrali della giornata nei giorni di rischio alto, e la sua esposizione ricade quindi su un’attività in espansione, non su un settore già in affanno. Il costo del caldo, in questo caso, non si somma a una crisi ma sottrae ore di lavoro a una fase di investimento che le imprese regionali difficilmente possono permettersi di rallentare.
Il turismo restituisce un quadro meno lineare. Sia la Puglia, con una crescita degli arrivi del 13,1% e delle presenze del 10,4% nel 2025, sia la Basilicata, con arrivi in aumento del 12,4% e Matera che segna un +5,1% di valore aggiunto post-pandemico, mostrano una dinamica in espansione nonostante l’esposizione al caldo estremo. Il dato non conferma, almeno nei numeri regionali disponibili, la tesi nazionale di Confesercenti secondo cui le alte temperature spostano la domanda turistica verso le stagioni spalla. È una differenza che merita di essere segnalata, non forzata in una lettura univoca.
Resta un nodo specifico, sollevato in Consiglio regionale in Basilicata il 13 luglio 2026. Le imprese che sospendono l’attività per rispettare l’ordinanza anti-caldo non hanno accesso automatico alla cassa integrazione, perché la sospensione prudenziale non sempre coincide con i parametri previsti dalla normativa nazionale sugli ammortizzatori sociali. Un intervento in questa direzione era arrivato poche settimane prima a livello nazionale: il decreto-legge 26 giugno 2026, n. 107, in vigore dal 27 giugno, ha reintrodotto per il periodo dal 1° luglio al 31 dicembre 2026 l’accesso agevolato alla cassa integrazione ordinaria per le imprese edili, del comparto lapideo e delle escavazioni, insieme a nuove causali CISOA per le imprese agricole, con le istruzioni operative dell’INPS diffuse tra fine giugno e il 20 luglio. Si tratta però di una copertura settoriale, che lascia fuori gran parte delle attività elencate nell’ordinanza regionale lucana, dal florovivaismo generico alla logistica fino alla manutenzione stradale e ferroviaria. Ne risulta che un’azienda operante in uno di questi comparti scoperti può agire correttamente per tutelare i lavoratori e trovarsi comunque a sostenere per intero il costo economico della fermata, un problema per cui è stato chiesto un confronto con la Giunta regionale su eventuali strumenti di sostegno integrativi.
In sintesi
I numeri disponibili, pur con margini di stima ampi e metodologie differenti, convergono su una conclusione. Il caldo estremo ha smesso di essere un fattore stagionale e si è trasformato in una variabile economica ricorrente, che incrocia costi energetici, produttività del lavoro fisico e cognitivo, tenuta della rete elettrica e capacità di investimento delle imprese. Per le PMI italiane, meno attrezzate a distribuire nel tempo l’onere di adattamento, la sfida principale non è tanto misurare il fenomeno quanto trovare gli strumenti per pianificarlo, spostando l’attenzione dalla gestione emergenziale della singola ondata di calore a una programmazione degli investimenti che tenga conto di un rischio ormai stabile nel calendario economico dell’anno.

di Enzo Fontanarosa
direttore iNews